Franco

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Come gli amici più stretti già sanno, finalmente mi sono decisa a dare sfogo alla mia passione per Libri&Co. e da qualche mese sto frequentando una scuola di scrittura creativa. Devo dire che sono molto contenta, perché si sta verificando esattamente quello che pensavo: mi rendo conto ogni lezione che passa di quanto sia difficile scrivere bene sul serio. Non solo evitare errori di ortografia e grammaticali (almeno per quelli, credo che la scuola dovrebbe bastare), ma avere qualcosa da raccontare e, soprattutto, riuscire a farlo in modo interessante.

Inutile dire che il mio primo esercizio è stato un fiasco totale: scrivere un racconto di solo dialogo. Sè. Provateci. Che poi, alcuni miei compagni di corso hanno scritto delle cose bellissime, io invece ho prodotto una schifezza colossale che, siccome vi e mi voglio bene,  vi risparmio.

Il secondo racconto è andato meglio: non è certamente da standing ovation, però l’opinione del docente è stata positiva. Lo riporto di seguito, direttamente con le due modifiche che mi ha suggerito. Ai posteri l’ardua sentenza: se avete voglia di dirmi cosa vi piace e cosa no, mi fate un grande piacere 🙂

Franco

È soprattutto nelle giornate di sole che Franco ripensa al giorno dell’incidente. In quei momenti non riesce a stare fermo, deve allontanarsi dal posto in cui si trova, come se la distanza potesse fargli perdere la memoria.

Prende l’auto, imbocca la strada provinciale e gira in fondo a destra, finché non la vede: quella spiaggia nascosta, deserta perfino a luglio perché non la conosce nessuno. Si toglie le scarpe e con tutti i vestiti addosso si butta in mare: “Non mi prenderete” grida, mentre avanza verso le onde.

Ma l’ambulanza è lì che lo aspetta e per Franco è tutto chiaro: lo obbligheranno a indossare il camice bianco, come l’ultima volta. Poi gli infileranno l’ago sotto la pelle, “perché devi restare in forze”, gli diranno. Ma lui sa che non è vero, che pensano solo a stordirlo. Gli ordineranno di pisciare nel contenitore di plastica e di sbrigarsi, ché loro hanno da fare. Allora prenderà in mano il barattolo ancora caldo e glielo svuoterà addosso, barcollante avanzerà verso l’ingresso e uscirà sbattendo la porta. Camminerà a piedi nudi sull’asfalto, tornerà su quella spiaggia e comincerà a nuotare finché non avrà più fiato nei polmoni. Raggiungerà la riva, si stenderà sulla sabbia. Poi si addormenterà al sole e si sveglierà accarezzato dal vento della sera, poco prima che faccia buio.

“Stai fermo, pezzo di merda”. L’infermiere lo lega al letto, i polsi e le caviglie ben stretti alle sbarre di metallo, prima di richiudersi la porta alle spalle.

Dopo tre ore torna con il vassoio della cena, glielo sbatte lì sul comodino, “Buon appetito”, come se Franco potesse mangiare.

Vorrebbe andare al bagno, si piscia addosso. Gli manca la voce, piange lacrime che nessuno può sentire a parte, forse, quel Dio in cui non ha mai creduto.

Gli viene in mente quel giorno che a fine lezione, aprendo il vocabolario in una pagina a caso, come faceva sempre, gli era capitata la definizione di apolide: “Persona che, avendo perduto la cittadinanza di origine e non avendone assunta nessun’altra, non è cittadina di alcuno stato”.

È così che si sente, senza una casa. L’ha cercata per tutta la vita, ha provato a cambiare le cose, perfino se stesso, ma quella sensazione di trovarsi sempre fuori dal mondo, non lo ha mai abbandonato.

Si contorce Franco, sembra un serpente che si avvita su se stesso. Poi perde le forze, l’ultimo alito di vita lo abbandona. Allora chiude gli occhi, i pensieri si azzerano e finalmente si sente in pace. Resta così, inchiodato a quel letto troppo corto per le sue gambe, un Cristo senza fede che ha smesso di cercare.

 

Nota dell’autore

Ogni riferimento ai fatti narrati è tutt’altro che casuale: Francesco Mastrogiovanni aveva 58 anni quando è morto, nel luglio del 2009.

Ho letto di recente la sua storia in diversi articoli, da Internazionale a l’Espresso, e mi ha molto colpita.

Come spesso accade, la realtà ha superato di gran lunga la fantasia. Io ho cercato di raccontarla a modo mio, in poche parole.

 

un uomo

 

Lacci

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– Perché stai con me? – le chiedevo.

– Perché è successo.

– Non significa niente.

– Ma è così.

– E se succede che tutto finisce?

– Proviamo a non farlo succedere.

Dimmi quanti anni ha, come si chiama, se studia, se lavora, se non fa niente. Scommetto che t’ha baciato lei per prima. Tu non sei capace di prendere l’iniziativa, lo so, o ti tirano dentro o non ti muovi.

Questa è la storia di una coppia. Sono molto giovani quando si sposano, quando fanno i figli. Per 12 anni avanzano insieme, finché lui incontra Lidia. Doveva essere una storia di sesso, una trasgressione momentanea ché, si sa, per gli uomini funziona così. Invece lui se ne va di casa, ogni giorno pensa “domani torno” e non torna mai.

Lei è distrutta. E’ sua moglie e non capisce, non riesce a credere a quello che le si presenta davanti in tutta la sua violenza: l’amore negato, il cuore altrove.

Credi che io sia cieca, che sia insensibile, che non me ne sia accorta? Mi dicevo: calma, non significa niente. Perché mi pareva inconcepibile che potesse piacerti un’altra, ero convinta che se ti ero piaciuta una volta ti sarei piaciuta sempre.

Non si dà pace, non sa cosa fare. I bambini sono piccoli, chiedono del padre, hanno bisogno di lui. Ma è soprattutto lei che nel suo tentativo disperato di riportarlo a casa si getta nel dolore anima e corpo e prova a farlo ragionare alla maniera di una donna: con il logos, che vuol dire ragione, ma anche dialogo, discorso. Perché è solo chiamandole col loro nome che le cose prendono forma, che esistono veramente:

In genere, di fronte a situazioni di difficile gestione, rallento, cerco di evitare mosse sbagliate. Lei invece, dopo un attimo di smarrimento, si butta a capofitto nello spavento e si batte con tutte le sue forze. Ha fatto così sempre, da quando la conosco, lo ha fatto anche questa volta.

Litigammo tutta la notte a bassa voce, e il suo dolore senza urla, un dolore che le ingigantiva gli occhi e le storceva i lineamenti, mi terrorizzò ancor più di quello urlato. Mi terrorizzò ma non mi coinvolse, il suo tormento non mi entrò mai nel petto come se fosse il mio. Ero in uno stato d’ebbrezza che mi avvolgeva come una tuta ignifuga.

Questa è la storia di un fratello e una sorella. Due figli che ricordano, che hanno visto e cercato di capire e, poi, di dimenticare. Dimenticare le urla, dimenticare i silenzi, dimenticare l’abbandono. Hanno fatto il loro percorso, raggiungendo un’età in cui, per quanta vita resti, quel che stato, è stato, ed è ormai troppo tardi per cambiare non solo il passato, ma anche la propria visione del mondo. Lo ricordano bene quel padre che se n’è andato, prima un giorno, poi due, poi quattro anni, quel padre che è andato via ma poi è anche tornato, senza tornare veramente:

Il suo torto è stato che una volta che hai agito in modo da ferire in profondità, in modo da uccidere o comunque sfregiare per sempre altri esseri umani, non devi fare passi indietro, ti devi assumere la responsabilità del crimine fino in fondo, un crimine non si commette a metà.

Eppure a quel dolore, a quell’infanzia in balia di una madre disperata e un padre troppo preso da se stesso per badare a loro, fratello e sorella hanno reagito in modo diametralmente opposto, lui seminando figli ai quali pensa di non far mancare niente, lei escludendo a priori la possibilità di metterne al mondo:

Orologio biologico, che espressione insulsa. Io non ho sentito mai nessun ticchettio, il tempo è corso via senza suono, ed è meglio così.

Questa è la storia delle ferite che ci portiamo dentro: insieme alla gioia e alle cose belle, non se ne vanno. E’ la storia delle azioni dei padri e delle madri che ricadono sui figli, laddove non si può dare veramente la colpa a nessuno: se lui non se ne fosse mai andato, se lei avesse reagito diversamente, quantomeno per amore dei figli. Se lui avesse sposato un’idea di famiglia più tradizionale, se lei fosse stata un po’ meno cinica.

Qual è allora la conclusione da trarre? Quella del padre, che decide di tornare e che dice a se stesso:

… fa’ finta di niente, proteggi i giorni, i mesi, gli anni che ti restano.

o quella della figlia?

Come sei buono. Come siete buoni tutti con le donne. Avete tre grandi obiettivi nella vita: scoparci, proteggerci, farci male.

Non potevo trattenermi dal ripercorrere a modo mio Lacci, secondo me una vera e propria meraviglia della narrativa contemporanea e uno spaccato quanto mai autentico dell’animo umano.

Man Ray, The lovers

Aspiette che chiove

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Un giorno mi sono svegliata con una sensazione nuova, di contentezza che non sapevo spiegare. E’ durata per tutta la giornata, come se fosse accaduto qualcosa di molto bello, quando in realtà non era successo niente di speciale. Ho pensato “sarà un giorno di buonumore”, ma poi il giorno dopo quella sensazione c’era ancora, e il giorno dopo lo stesso, e quello ancora dopo, pure. Allora ho iniziato a prendere nota di tutto per cercare di capire e adesso, che ormai manca poco all’estate, mi sono ritrovata questo elenco di cose sparse che sono le principali indiziate di quello stato d’animo.

Le signore con le scarpe aperte: nella convinzione di non essere viste se le tolgono come se nulla fosse – sotto il tavolo, dietro il bancone del bar mentre aspettano il cappuccino, sedute nei sedili della metro quando c’è ressa, nelle ore di punta – per darsi una grattatina al polpaccio lì dove avvertono quel prurito improvviso.

Il profumo degli zampironi, e della carne arrosto, e della citronella.

Il desiderio di una doccia nelle giornate afose: il godimento puro sotto l’acqua e quello ancora maggiore in camera da letto, con l’aria condizionata al massimo e il lenzuolo tirato su fin sopra le spalle, per non morire di freddo.

Le bambine al ristorante con i genitori: d’estate portano sempre vestitini bianchi arricciati nella parte superiore, con una fantasia di fiorellini rosa o celesti o gialli, oppure dei fuseaux colorati. Si alzano da tavola, si confidano segreti che nemmeno loro conoscono, assumendo le stesse movenze dei grandi. Oppure giocano a un, due, tre, stella! o al mago mangiafrutta e vivono avventure che non dimenticheranno mai. Se guardo meglio, quella col vestitino sono io, la capobanda che univa le bici del vicinato con lo spago e dirigeva improbabili coreografie su due ruote che puntualmente si concludevano con un tamponamento a catena.

Il profumo del gelsomino: mi ricorda il giardino della nostra vecchia casa e di quella di mia zia Susanna, dove c’era anche l’altalena e la vasca con i pesci rossi e le ortensie, che mia madre diceva sempre “come sono belle le tue ortensie” ed era vero, erano davvero belle con quei fiori enormi tutti vicini, bianchi, lilla e celesti.

I dopocena nella casa al mare: quando mi addormento sulla sdraio in terrazza e mi viene freddo perché ho preso troppo sole, quel vecchio maglione beige che mi metto addosso ed è come un abbraccio.

Il gelato al pistacchio: la prima volta che ci passo la lingua sopra, le papille che non capiscono se sia dolce o salato e nella confusione provano un piacere che fa quasi male.

La stanchezza del sabato, verso le 4 di mattina, seduta sul taxi che mi riporta a casa: sono talmente esausta che mi si chiudono gli occhi, penso al momento in cui sarò a letto e provo una felicità assoluta e totale, come se non chiedessi altro alla vita.

Gli amici il giorno dopo la festa: il ricordo che ho di loro al risveglio, quando rivivo quello che abbiamo fatto insieme, la sensazione che siamo ancora lì.

E’ domenica e ha iniziato a piovere. Quell’euforia un po’ è passata, ma non mi preoccupo: lo sapevo che non poteva durare per sempre. Così mi viene in mente quella canzone, la stessa di quella notte di gennaio, notte di incertezza e di paura.

E aspiette che chiove

tanto l’aria s’adda cagnà.

Ma sì, lasciamola correre questa pioggia, lasciamola andare. Lasciamole pulire l’asfalto e le macchine e i fili d’erba e l’aria. Soprattutto l’aria, che deve cambiare. E cambierà.

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Riparare i viventi

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Cosa sia questo cuore umano, dall’istante in cui ha cominciato a battere più forte, alla nascita, quando altri cuori là intorno acceleravano a loro volta salutando l’evento, che cosa sia questo cuore, cosa l’abbia fatto balzare, vomitare, crescere, danzare in un valzer leggero come una piuma, o pesare come un macigno, cosa l’abbia stordito, cosa l’abbia fatto struggere – l’amore; che cosa sia il cuore di Simon Limbres, che cosa abbia filtrato, registrato, archiviato, scatola nera di un corpo di vent’anni, nessuno lo sa davvero, soltanto un’immagine in movimento creata da ultrasuoni potrebbe restituirne l’eco, mostrare la gioia che dilata e la tristezza che contrae… solo quella linea potrebbe raccontarlo, delinearle la vita, vita di flussi e riflussi, vita di valvole che si aprono e che si chiudono, vita di pulsazioni, nel momento in cui il cuore di Simon Limbres, quel cuore umano, proprio quello, sfugge alle macchine, nessuno potrebbe sostenere di conoscerlo…

*

Il cuore di Simon – un pancino tondo che si solleva piano in fondo a un lettino da campeggio; l’uccello dei terrori notturni spaventato nel petto di bambino; il tamburo staccato all’unisono con la sorte di Anakin Skywalker; il brivido sottopelle quando si alza la prima onda – senti che pettorali, le aveva detto una sera, muscoli tesi, smorfia da scimmia, quattordici anni e negli occhi lo scintillio nuovo del ragazzo che prende posto nel proprio corpo, senti che pettorali, ma’ -; la fusione diastolica quando il suo sguardo capta Juliette alla fermata d’autobus su boulevard Maritime, maxi T-shirt, Dr. Martens e impermeabile rosso, l’album da disegno infilato sotto il braccio; l’apnea tra la plastica da imballaggio la sera di Natale, il surf scartato nel bel mezzo dell’hangar gelido, aperto con quel misto di meticolosità e di foga con cui si apre la busta di un messaggio d’amore. Il cuore insomma.

*

Simon Limbres ha 19 anni quando insieme a due amici decide di svegliarsi all’alba per andare a surfare, ché il tempo è perfetto proprio in quel posto e proprio a quell’ora. Ma sulla strada del ritorno la macchina guidata dal suo amico ha un incidente che lo scaraventa fuori dal finestrino: arriva in ospedale in coma, sono le macchine a tenerlo in vita. Le sue condizioni peggiorano sempre più e c’è solo una cosa da fare: guardare avanti, pensare al dopo. Seppellire i morti e riparare i viventi: salutare Simon, lasciarlo andare, ma solo dopo aver donato i suoi organi a chi ancora non è stato scaraventato fuori dalla vita, ma vive nel tempo vuoto e teso dell’attesa, al confine tra ciò che è vita e ciò che è sopravvivenza.

Non riesco a non dire subito cosa penso di Riparare i viventi: è semplicemente meraviglioso, il più bel romanzo in assoluto fra le novità che ho letto ultimamente. Lo penso non solo per la storia che racconta, quanto mai delicata e attuale, ma per il modo totalmente privo di sentimentalismi, eppure non freddo, né distaccato, con cui la voce narrante, esterna ai fatti eppure a suo modo empatica, rende il lettore partecipe di questa vicenda dal punto di vista di tutti coloro che ne vengono coinvolti. Simon, ovviamente, ma anche i suoi genitori, a cominciare dalla madre:

Quello che vuole è un luogo dove attendere, un luogo dove far passare il tempo che manca…Creare illusioni, sottrarsi alla violenza… un giorno dovrà capire in quale direzione scorre il tempo, se è lineare oppure traccia i cerchi rapidi di un hula hoop, se forma degli anelli, si avvolge come la nervatura di una conchiglia, se può prendere la forma di quel tubo che ripiega l’onda, aspira il mare e l’universo intero nel suo rovescio scuro, sì, dovrà capire di cosa è fatto il tempo che passa.

Per arrivare a suo padre e alla sua sorella:

… basta fare piano e rimanere in silenzio per sentire i loro cuori pompare insieme la vita che resta.

Le persone che hanno a che fare con lui in ospedale – l’infermiera, che proprio quella sera è reduce da una notte di follie con l’uomo di cui si è pericolosamente innamorata e ancora in preda all’eccitazione quando si trova davanti Simon -, il medico che si occupa di attivare la procedura per il trapianto degli organi, le équipe dei vari reparti e delle varie città coinvolte nell’operazione di espianto, l’infermiere che segue tutto il processo dall’inizio, da quando bisogna affrontare l’argomento con i familiari, fino alla fine:

Thomas resiste in silenzio contrastando lo sfinimento generale, o la fretta di chiudere, non lascia niente: questa fase del prelievo, il restauro del corpo del donatore, non può essere banalizzata, è una riparazione; adesso bisogna riparare, riparare i danni. Rimettere quel che è stato donato come è stato donato. Altrimenti, è la barbarie.

Coloro che ricevono gli organi, ritratti nella loro condizione allucinante di non poter gioire di quello che sta finalmente per succedere – l’organo che è arrivato, l’attesa che volge al termine – perché la loro rinascita non può che venire da una nuova morte:

…lei non ha paura dell’intervento. Non è questo. Quel che la tormenta, è l’idea di quel cuore nuovo, che qualcuno sia morto oggi perché tutto questo succeda, che possa invaderla e trasformarla… Se è un dono, è comunque di un genere speciale, pensa. In quell’operazione non c’è donatore, nessuno ha avuto l’intenzione di fare un dono, e allo stesso modo non c’è beneficiario, poiché lei non è nella condizione di rifiutare l’organo, deve accettarlo se vuole sopravvivere, allora, che cos’è?

La donazione degli organi, da un certo punto di vista, ha molto più a che fare con chi li dona che con chi li riceve. Significa, soprattutto quando non c’è un testamento specifico al riguardo ma in realtà sempre, anche quando avviene per mancanza di esplicita volontà contraria – per legge – interrogarsi su un’esistenza che non è quella propria, fare come avrebbe fatto lui/lei. E’ una responsabilità enorme, ci vuole una profondità d’animo ed una sensibilità fuori dal comune per accettare la morte e accogliere la vita che verrà, quella propria e quella di persone sconosciute che solo con la perdita di qualcun altro possono avere una seconda possibilità.

Quello che c’è scritto in questo libro vale come giudizio del libro stesso: neutre, informative, le parole sono macigni. Ma è proprio perché sono così, perché pesano così tanto, che la cosa da fare è soltanto una:

Bisogna pensare ai vivi… bisogna pensare a quelli che restano… Seppellire i morti e riparare i viventi.

 

 

©Mark Tipple

 

 

 

Atti osceni in luogo privato

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Avevo dodici anni e un mese, mamma riempiva i piatti di cappelletti e raccontava di come l’utero sia il principio della modernità. Versò il brodo di gallina e disse – Impariamo dalla Francia con le sue ondate di suffragette che hanno liberato le coscienze.

– E i pompini.

La crepa fu questa. Mio padre che soffiava sul cucchiaio mentre sentenziava: e i pompini.

Mamma lo fissò, Non ti azzardare più davanti al bambino, le sfuggì il sorriso triste. Lui continuò a raffreddare i cappelletti e aggiunse – Sono una delle meraviglie del cosmo.

Inizia così Atti osceni in luogo privato, ultimo romanzo di Marco Missiroli che racconta la vita di Libero Marsell attraverso il suo rapporto con la sessualità (e l’amore), dall’infanzia fino all’età adulta.

Libero viene da una famiglia moderna, così moderna che a tradire e a dire basta è sua madre, che lascia il padre per mettersi insieme al suo migliore amico:

Si era stancata di colpo, perché l’utero serve per generare e non per trattenere: giustificava così le sue cadute passionali.

E’ proprio negli anni della separazione dei suoi che Libero comincia a sentirsi attratto dalle donne, senza però riuscire veramente ad afferrarle, in senso figurato e letterale:

– C’è qualcosa che non va, Grand?

Biascicai che sì, c’era qualcosa che non andava. Tentennai, poi vuotai il sacco: – Perché non piaccio alle donne?

Sorrise come si sorride al proprio figlio, al bastardino del canile, al mendicante ai semafori. Rimase sovrappensiero, – La tua forza è nella chimica, Libero – e mi spiegò che esisteva qualcosa di molto più succulento dell’estetica. Si chiamava alchimia della carne… Al di là del viso, del corpo, dell’odore, da qualche parte in qualcuno resisteva un campo energetico che manipolava le scintille cerebrali. Quelle del finire a letto.

Di questo Grand diventa sempre più consapevole man mano che cresce, fino a vivere la sua prima storia d’amore con annessa, immancabile, delusione

Pianse di colpo, e piansi anch’io. Non per nostalgia, non per desiderio, ma perché le cose finiscono.

cui segue l’incontro con quella che diventerà sua moglie:

Ho sposato Anna per amore, e per come scopa.

Girato, verrebbe da dire se si trattasse di un film, tra Parigi e Milano, questo romanzo rientra sicuramente tra i più belli e interessanti che abbia letto ultimamente. La trama non è affatto banale, nonostante offra molti spunti nei quali è facile identificarsi; la scrittura è scorrevole ed elegante, mai volgare nonostante non si serva di giri di parole; i personaggi hanno tutti uno spessore notevole: non solo il protagonista, ma anche i suoi genitori – specialmente la madre, altra grande protagonista di questa storia – , Marie, che diventa la sua migliore amica, Lunette, la prima fidanzata e, infine, Anna, sua moglie.

Il sesso fa parte di questo romanzo in modo naturale, proprio come fa parte della vita, e viene raccontato per quello che è, senza paure e senza perversioni. Per questo nel farlo e nel parlarne non c’è nulla di osceno, come sottolinea Marie:

… ti vedevo a mille chilometri di distanza con la paura di scegliere tra la vita e l’oscenità, senza sapere che sono la stessa cosa. L’osceno è il tumulto privato che ognuno ha, e che i liberi vivono. Si chiama esistere, e a volte diventa sentimento. Tieniti stretta la tua meravigliosa indecenza…

E Libero lo fa:

Il sentimento per lei custodiva i miei atti osceni.

Tenersi stretta la propria indecenza e viverla fino in fondo, senza limiti che non siano quelli che ognuno di noi sente come propri: in fondo, essere “Liberi” è anche questo.